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| La Doganaccia alla luce dell'ultima campagna di scavi (2010) |
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| Archäologische Forschung - Archäologische Forschung |
| Geschrieben von: Alessandro Mandolesi |
| Freitag, 22. Oktober 2010 16:44 |
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There are no translations available. ![]() La campagna di scavo appena conclusa attorno al Tumulo della Regina - promossa dal corso di Etruscologia e Antichità italiche dell'Università degli Studi di Torino e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici per l'Etruria meridionale - ha rivelato importanti novità che interessano in primo luogo l'architettura e la pittura funeraria tarquiniese ed etrusca di età orientalizzante. Mentre le ricerche degli anni precedenti hanno puntato a riconoscere i capisaldi della grande struttura tombale, che all'inizio delle indagini appariva più ridotta rispetto a quella "del Re", per via delle intense attività agricole che, in ogni tempo, hanno interessato questo lembo di necropoli, la campagna del 2010 ha focalizzato l'attenzione sul maestoso ingresso a cielo aperto che precede la camera funeraria principale.
Le ricerche preliminari confermano per la Doganaccia, particolarmente suggestiva dal punto di vista paesaggistico, la presenza di un sepolcreto del periodo orientalizzante-arcaico pienamente inserito nella più antica viabilità di Tarquinia. La Doganaccia, infatti, si trova sull'itinerario più diretto, risalente all'età villanoviana, che univa la Civita al mare. Il sito archeologico è in posizione avanzata e dominante sulla piana costiera, situato al centro del colle dei Monterozzi, e si distingue per l'imponenza architettonica dei suoi tumuli, cui si devono aggiungere le recenti evidenze emerse nelle loro adiacenze (piccole tombe aristocratiche a camera e la possibile fossa di fondazione di un lotto funerario): in questa area si estende un articolato cimitero a carattere principesco, pertinente a uno o più gruppi familiari di rango elevato e verosimilmente dominanti all'interno della comunità locale, dai quali presumibilmente emersero quei lucumones evocati dalle fonti latine. È peraltro affascinante ricordare che la vicenda di Demarato di Corinto, accolto dalla nobiltà locale con il suo seguito di valenti artisti, si inquadra proprio nella fase di piena monumentalizzazione architettonica della Doganaccia, databile attorno alla metà del VII secolo a.C.
Il Tumulo della Regina presenta un diametro di circa 40 metri e costituisce la più grande struttura funeraria di Tarquinia finora nota. Il tumulo tarquiniese deriva da una tipologia di tombe reali dell'VIII-VII secolo a.C. che si ritrova nella Cipro di cultura omerica, governata da greci che adottano usi e costumi eroici analoghi a quelli narrati dalla grande epica. In particolare, nella necropoli di Salamina, sito dell'area sud-orientale dell'isola, sono presenti tombe con ricchissimi corredi funebri, architettonicamente accostabili alle grandi sepolture principesche di Tarquinia. E' molto probabile che all'origine del modello cipriota introdotto in Etruria ci siano proprio architetti e maestranze di formazione orientale sbarcati a Tarquinia dopo il 700 a.C., che qui avrebbero introdotto innovativi schemi architettonici piegati però alle esigenze locali. Lo schema costruttivo levantino avrà un tale successo fra le élites tarquiniesi che sarà addirittura replicato in scala ridotta durante l'avanzata età orientalizzante. Le ricorrenze fra le tombe omeriche cipriote e quelle principesche di Tarquinia non si limitano all'evidente organizzazione planimetrica, incentrata su un ampio ingresso che precede la camera sepolcrale (solitamente unica), ma si estendono anche ad altri elementi strutturali, come le peculiari murature in opera quadrata pseudo-isodoma adottata nei "piazzaletti" (segnate da incassi o riseghe che interrompono l'andamento regolare delle giunture), la mensola/cornice aggettante con il penultimo corso delle stesse murature, e, novità emersa nell'ultima campagna di scavo, il solido intonaco bianco che rivestiva la parte finale del maestoso ingresso del Tumulo della Regina, che dalle analisi di laboratorio (eseguite da U. Santamaria nel Laboratorio dei Musei Vaticani) risulta costituito da gesso alabastrino. Intonaci di questo tipo erano diffusi nell'antichità in Egitto, nel Mediterraneo orientale e nel Vicino Oriente.Cipro era nota nelle fonti anche per l'abbondanza di gesso e per l'uso che di tale materiale se ne faceva nella pratica edilizia, come è infatti documentato in alcune tombe della stessa Salamina. Le maestranze di formazione levantina che operarono alla Doganaccia decisero quindi di intonacare ai modi orientali almeno l'ingresso, utilizzando gesso reperito in loco. Nell'architettura funeraria tarquiniese l'utilizzo del gesso è - allo stato attuale delle conoscenze - un episodio isolato e limitato nel tempo.
![]() Ma le sorprese di questo anno non sono finite. Lo scavo del piazzaletto del tumulo ha permesso di liberare buona parte dei lacerti d'intonaco rimasti ancora in posto; la superficie bianca del rivestimento ha purtroppo subito un processo di alveolizzazione che non permette di apprezzare la superficie originaria: laddove questo fenomeno non ha avuto corso sono significativamente emerse tracce di decorazioni dipinte rappresentate, allo stato attuale, da una larga fascia rossa che doveva svilupparsi sui tre lati dell'ingresso, al di sotto e al di sopra della quale si individuano delle raffigurazioni di probabile significato religioso. La principale di queste è venuta alla luce subito sopra la fascia continua ed è costituita da una figura di incerta lettura disegnata con contorno in rosso e campita in nero. La corposa immagine ha un evidente andamento sinuoso che l'avvicina a motivi vegetali o più probabilmente animali del repertorio orientalizzante, e specificatamente agli aironi che correntemente compaiono sulle ceramiche del periodo o nelle più antiche camere dipinte di Veio (come la tomba delle Anatre).
Le labili pitture del Tumulo della Regina sembrerebbero realizzate secondo la più antica tecnica pittorica ricordata dalla storiografia artistica (in particolare da Plinio il Vecchio), "inventata" da maestri greci fra l'VIII e il VII secolo a.C. Se il prosieguo degli scavi confermerà, come sembra, la datazione dei decori (decenni attorno alla metà del VII secolo a.C.), si tratterebbe della più antica manifestazione di pittura funeraria tarquiniese, realizzata peraltro in un ambiente aperto dominato da una larga scalinata profondamente scavata nella roccia e destinata ad accogliere i partecipanti alle esequie e alle successive cerimonie funebri. La nuova testimonianza rialzerebbe così di qualche decennio le prime esperienze pittoriche del centro etrusco, noto nel mondo proprio per le sue tombe dipinte. Gli straordinari risultati emersi alla Doganaccia si aggiungono all'altra importante scoperta avvenuta lo scorso anno, costituita dal probabile prototipo etrusco di tomba gemina (ossia a due camere affiancate), presumibilmente destinata ad accogliere simultaneamente le spoglie di due nobili personaggi, morti forse contemporaneamente per un tragico evento, imparentati con il principe (o il re) sepolto nell'adiacente grande tumulo. L'area archeologica della Doganaccia è visitabile grazie all'itinerario archeologico dedicato ai grandi tumuli tarquiniesi denominato "Via dei Principi", promosso dalla Regione Lazio, dal Comune di Tarquinia e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale. Alessandro Mandolesi
![]() Particolare delle pitture dell'ingresso (un uccello acquatico?)
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