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La Via dei Principi.

Un inatteso itinerario archeologico fra le necropoli etruscheDella grandezza e della magnificenza dell’antico centro di Tarquinia, importante tassello della dodecapoli etrusca, rimangono in superficie pochi resti ricoperti da una coltre di polvere calcarea dispersi sull’altopiano della Civita. Il tenore di vita dei suoi abitanti si può ricostruire soprattutto attraverso le loro ultime dimore, cui gli Etruschi dedicavano tempo e risorse decisamente superiori rispetto alla casa terrena: in una collina che si allunga parallelamente a quella della città antica, quasi uno schermo verso il mare, sorge la grandiosa necropoli dei Monterozzi. Lì, accanto alle più antiche incinerazioni villanoviane di IX-VIII secolo a.C., si trovano le famose tombe affrescate, dichiarate Patrimonio dell’Umanità; questi ipogei sono costituiti da una o più camere dalle pareti e dalle volte dipinte, scavati nel banco roccioso e talvolta ricoperti da piccoli tumuli di terra.
Meno conosciuti dal grande pubblico, ma ugualmente affascinanti, sono invece i grandiosi tumuli di età orientalizzante (VII secolo a.C.), che cingono come una corona l’altipiano della Civita.Ad est, ad accogliere il sole nascente, si trova il tumulo di Poggio del Forno, mentre a ovest, a schermare la città antica dal tramonto, spiccano sulle pendici dei Monterozzi i tumuli gemelli “del Re” e “della Regina” ed il tumulo in località Infernaccio; infine a nord conclude il cerchio ideale il tumulo di Poggio Gallinaro.
La tomba a tumulo è un elemento caratteristico del paesaggio etrusco del periodo orientalizzante e arcaico (VII-VI secolo a.C.); i tumuli monumentali tarquiniesi sono sepolture dotate di un imponente basamento scavato nella roccia, ricoperto da una svettante calotta di terra. Tali caratteristiche architettoniche sono indicative dell’alto prestigio raggiunto dai personaggi sepolti e dalle loro famiglie in seno alle comunità etrusche: infatti, il ceto aristocratico concentra, all’inizio del VII sec. a.C., gli sforzi maggiori sull’architettura funeraria quale metafora della propria ricchezza e della propria potenza, secondo un preciso intento di esaltazione del proprio rango sociale. La ricchezza dei committenti è ulteriormente provata dalla magnificenza dei corredi funerari, che comprendono anche elementi  indicati dalle fonti classiche come attributi della regalità e del potere; questo, associato alla singolare magnificenza dell’architettura sepolcrale, permette di identificare le deposizioni come “principesche”. Ad ulteriore prova della loro rilevanza vi è anche la posizione topografica che, secondo una tendenza centrifuga rispetto alle città dell’antica Etruria, corrisponde a zone marginali delle necropoli urbane o ad aree rurali marcate dal passaggio di frequentate strade da e per i capoluoghi.
Ai grandi tumuli va pertanto riconosciuto sul territorio un ruolo di emblema dello splendore aristocratico, e del controllo esercitato sulle singole contrade dalle famiglie gentilizie, che basavano appunto la propria ricchezza sulla proprietà della terra e sullo sfruttamento di tutte le sue risorse, nonché sul controllo degli scambi a breve e ad ampio raggio. E’ postulabile che all’interno dei sodalizi aristocratici etruschi deposti all’interno dei grandi tumuli, alla stregua del mondo greco- omerico, sia emerso un re (o lucumone) a capo delle comunità cittadine, scelto con il consenso dei nobili locali.
La tipologia architettonica del tumulo tarquiniese prevedeva normalmente una sola camera funeraria a pianta rettangolare e pareti a profilo ogivale, con la sommità solcata da una fenditura longitudinale chiusa da pesanti lastre di pietra. I tumuli erano delimitati alla base da tamburi in parte intagliati nella roccia e in parte costruiti o foderati con blocchi squadrati e variamente modanati, decorati in alto da sculture di animali (belve e mostri minacciosi a guardia dei sepolcri), come ci illustrano alcuni disegni ricostruttivi ottocenteschi; il tutto era ricoperto da una monumentale calotta di terra. La tomba era solitamente preceduta da un esteso vestibolo a cielo aperto (per questo motivo definito “piazzaletto”) che in casi eccezionali assumeva l’aspetto di ampia gradinata destinata a ospitare i familiari durante le cerimonie officiate davanti alla porta della tomba. Ad ultimare l’importanza delle sepolture era un fastoso corredo funerario, con ceramiche e oggetti in metallo (nel piazzaletto era deposto anche il carro da guerra o da parata); purtroppo tutte le tombe principesche scoperte a Tarquinia sono state già saccheggiate e i corredi sono stati dispersi fra collezionisti e musei europei.
Dopo il riconoscimento dell’Unesco, nell’ambito del programma di valorizzazione dell’area archeologica, sostenuto dal Comune di Tarquinia e dalla Soprintendenza Archeologica per i Beni dell’Etruria meridionale, è stato promosso dalla Regione Lazio il progetto “Via dei Principi”, che propone la valorizzazione di beni che, nonostante il loro pregio, risultano ancora poco conosciuti. Il progetto è stato concepito con l’intento di esaltare le sepolture a tumulo presenti nella necropoli dei Monterozzi e nell’area circostante la città etrusca di Tarquinia. L’intervento propone quindi un itinerario di visita attrezzato per il grande pubblico in grado di potenziare l’offerta archeologica della necropoli tarquiniese, integrando così la conoscenza delle tombe dipinte con quella dei tumuli principeschi, monumenti finora non accessibili nell’ambito del complesso tarquiniese. Il tracciato coinvolge diverse località archeologiche del territorio, caratterizzate anche da una forte valenza paesaggistica. Le tombe a tumulo di grandi dimensioni costituiscono un elemento pienamente inserito nell’ambiente alto-laziale; in particolare a Tarquinia anticamente segnavano a decine il profilo della principale necropoli urbana, quella dei Monterozzi, che appunto da questo tipo di sepolture prende il nome.
I tumuli monumentali in corso di valorizzazione sono cinque: i due della Doganaccia, l’Infernaccio, Poggio Gallinaro e Poggio del Forno. L’area più interessante è senza dubbio quella della Doganaccia: si tratta di un ampio complesso funerario, dominato da una svettante coppia di tumuli protesi verso la marina. Il sito è attualmente oggetto d’indagine da parte dell'Università degli Studi di Torino e della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria meridionale, grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo e della Sai-Fondiaria. La disposizione a coppia dei monumenti è indice di una stretta relazione: i due tumuli apparterrebbero infatti a rami della stessa famiglia aristocratica, che utilizzò queste costruzioni per esibire ricchezza e potere. Importante è anche la loro posizione topografica sulla strada che collegava la città al suo porto: ad essi va pertanto riconosciuto, nel paesaggio etrusco, il ruolo di segnacoli dell’ideologia aristocratica che basava il potere sulla proprietà terriera e sul controllo dei traffici. Tra i materiali recuperati nel tumulo “del Re”, scavato nel 1928, spicca un contenitore da vino sul quale è stato dipinto, in lingua etrusca, il nome "Rutile Hipukrates": l'individuo, che può essere interpretato come il dedicante del vaso, è di origine greca (Hippokrates) e ha "etruschizzato" il proprio nome trasformandolo in un gentilizio. Questo ritrovamento – come la coeva figura del greco Demarato di Corinto che, trasferitosi a Tarquinia e sposatosi con una donna locale, era ritenuto padre del futuro re di Roma Tarquinio Prisco –, è una testimonianza della mobilità sociale e della capacità di assorbimento di stranieri da parte della metropoli tarquiniese di stranieri. Il tumulo “della Regina” non è stato mai indagato scientificamente: le ricerche archeologiche appena avviate hanno già raggiunto dei risultati significativi. Le analisi cercheranno di contestualizzare questi monumenti all’interno della necropoli dei Monterozzi e del fenomeno delle grandi tombe a tumulo che tanto suggestionarono i colti viaggiatori europei dell’Ottocento.
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