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Ricerche archeologiche alla Doganaccia

Non molte sono le notizie sulle vicende archeologiche che riguardano la necropoli della Doganaccia. Nella prima metà dell’Ottocento la zona era suddivisa in almeno due diverse proprietà, quella di F. Ronca a nord della strada della Madonna del Pianto, e quella più estesa del marchese Sacchetti in corrispondenza dei due terrazzi che comprendono i tumuli. La loro mole certamente attrasse gli interessi indiscriminati degli scavatori dell’epoca: nel 1824 il Cardinale Camerlengo autorizza il ricercatore Melchiade Fossati a esplorare le tenute “Mantica” e “Doganaccia”, ma di questi scavi non si hanno ulteriori notizie e quindi rimane anche incerta la loro effettiva esecuzione.
Più decisivi si rivelarono invece gli interventi avanzati nel 1837 sulla sua proprietà Doganaccia dal marchese Scipione Sacchetti, contrassegnata, come informava il Delegato Apostolico, dalla presenza di “ruderi a rialzi piramidali di macerie indicanti monumenti sepolcrali antichi” forse da identificarsi con i tumuli monumentali. Nella relazione di scavo prodotta da Raffaele Rosati, incaricato dal marchese Sacchetti di condurre gli scavi, che proseguirono discontinuamente per alcuni mesi, si dichiara l’apertura di “ben tre monumenti” che contenevano “frivolissimi oggetti”, nonostante vox populi affermasse il ritrovamento di preziosi oggetti. Nell’elenco dei materiali recuperati dal Rosati alla Doganaccia si parla di buccheri, di ceramica etrusco-corinzia e di borchie in bronzo con testa di fiera. Con il diritto di prelazione, parte dei materiali trovati dal Rosati (almeno quelli da lui dichiarati) furono acquistati dal Museo Gregoriano Etrusco, mentre rimasero al proprietario i pezzi non selezionati dal Consiglio di Antichità e Belle Arti; la sensazione che comunque si avverte leggendo la documentazione d’archivio è quella che il Rosati non abbia denunciato proprio tutto l’insieme di materiali archeologici che ebbe probabilmente la fortuna di scoprire.
Altri interventi alla Doganaccia e nelle sue adiacenze, cui disponiamo solo di generiche informazioni, furono più tardi condotti sui propri terreni da E. Lucidi nel 1855, e dai fratelli Rispoli nel 1866. Da segnalare, infine, sulla carta archeologica di Tarquinia elaborata nel 1885 da A. Pasqui, la prima indicazione del passaggio, fra i tumuli, dell’antica strada proveniente dal mare.
Il primo dei due monumenti principeschi della Doganaccia fu esplorato “scientificamente” nel 1928: Pallottino sottolinea come lo scavo del tumulo “del Re”, da parte di Giuseppe Cultrera, abbia permesso di far conoscere per la prima volta a Tarquinia le particolarità di un grande monumento funerario di età orientalizzante. Il corredo recuperato, già depredato e sconvolto, non permette di valutare l’effettiva importanza del deposito principesco, anche se, come afferma nuovamente Pallottino, era composto da resti “di qualità e numero sufficienti per attestare la ricchezza della tomba”.
Notizie generiche di scavi abusivi alla Doganaccia si hanno poco prima dell’intervento del Cultrera, mentre informazioni più circostanziate sono disponibili dalla fine degli anni 1970. Nel 1977 viene segnalata una tomba a cassone già svuotata, mentre il corredo parziale di una sepoltura a fossa dell’Orientalizzante recente, ubicata subito alle spalle del tumulo “della Regina”, è stato recuperato dalla Soprintendenza Archeologica nel 1980. In base a questa presenza e alle osservazioni fatte sul terreno, è possibile ipotizzare che nelle adiacenze dei tumuli, sulla sommità e sui versanti dei dossi che delimitavano la strada antica, siano diffuse sepolture del tipo a fossa e a camera pertinenti a nuclei famigliari titolari dei monumenti. Nel 1983 lavori di sterro per l’impianto di un serbatoio in terreno Malvezzi, subito a nord dello stesso tumulo, hanno messo in luce frammenti fittili di età ellenistica e romano-imperiale. Al 1992 risalgono invece scavi clandestini praticati fra i tumuli e la strada della Madonna del Pianto, presso la sella marcata dall’antico tracciato diretto alla Civita, che intercettarono delle tombe a camera di epoca arcaica.
Dal 2008 si sono avviate nuove ricerche da parte dell’Università degli Studi di Torino e della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale. Le esplorazioni archeologiche si concentrano sul secondo tumulo detto “della Regina”, mai indagato scientificamente, anche se il proposito della Reale Soprintendenza, subito dopo l’intervento sul tumulo “del Re” del 1928, era quello di scavare anche il secondo monumento, per poi procedere alla sistemazione complessiva dell’area.
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