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Campagna 2011: l'intonaco dipinto

 

altDurante la campagna di scavo del 2009 affiora inaspettato, nell'angolo sinistro dell'ingresso, un lembo di intonaco bianco. Viene subito prelevato un campione per le analisi, eseguite nel Laboratorio di Diagnostica per la Conservazione e il Restauro dei Musei Vaticani. I risultati indicano che si tratta di gesso alabastrino. Questo tipo di rivestimento, diffuso nel Mediterraneo orientale, è finora sconosciuto in Etruria.
Il gesso è presente in vari giacimenti dell'area mediterranea, ma è particolarmente abbondante nell'isola di Cipro. L'uso di questo intonaco è in effetti documentato nella necropoli di Salamina, celebre per le sue imponenti tombe reali. A questo punto si conferma l'ipotesi già avanzata dagli archeologi: maestranze altamente specializzate guidate da capomastri di origine cipriota operavano nella Tarquinia di epoca orientalizzante al servizio dei potenti principi locali. Per il Tumulo della Regina, questi artigiani importarono la tecnica di rivestimento a loro più famigliare. Fu un intervento sperimentale, che a quanto pare non venne replicato: l'intonaco infatti, che di per sé è compatto e resistente, non aderisce bene al calcare locale. I tecnici dell'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, che hanno effettuato un lavoro di pronto intervento durante gli scavi del 2011, hanno rinvenuto gran parte dell'intonaco a terra, in stato frammentario.
Il rivestimento, che copriva originariamente tutte le pareti del “piazzaletto” e delle camere, reca tracce di decorazioni dipinte in nero e rosso: bande e doppie fasce che sottolineano gli elementi architettonici principali degli ambienti e raffigurazioni più complesse di incerta lettura. I frammenti di intonaco con più tracce di colore provengono dalla camera laterale destra.
Queste pitture risalgono alla seconda metà del VII secolo a.C. e sono probabilmente le più antiche di Tarquinia. Eccezionale la loro collocazione, in uno spazio aperto riservato ai vivi. I nobili e i parenti del defunto che frequentavano periodicamente il “piazzaletto” potevano ammirare un ciclo pittorico che purtroppo è giunto fino a noi attraverso labili tracce ma che doveva essere particolarmente suggestivo.
 
 
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