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Storia delle scoperte

L’interesse per le antichità etrusche di Tarquinia – risorta nel medioevo sull’estremità nord-occidentale della collina di Monterozzi con il nome di Corneto – è noto almeno dal Rinascimento. Ai ricordi mitico-letterari legati alla presenza a Tarquinia della reggia di Corito, considerato fondatore della città, si succedono importanti varie scoperte funerarie nel territorio, come il “sepolcro marmoreo” ricco d’oro detto “Nicodemio” e le raffigurazioni divine di una tomba dipinta che, secondo la tradizione, ispirarono il genio di Michelangelo.
Notizie sulle antiche e favolose meraviglie venute in luce nella necropoli tarquiniese aumentano progressivamente fino al Settecento, quando l’interesse dell’etruscheria (la corrente antiquaria tesa a rivalutare le testimonianze dell’antica Etruria) si rivolge al frenetico recupero di oggetti etruschi. In questo secolo la fama delle “grotte” cornetane risuona ampiamente nel mondo degli studiosi dell’epoca: le tombe ipogee dipinte vengono aperte e visitate con entusiasmo, più tardi però lasciate all’incuria e addirittura completamente dimenticate.
Nell’Ottocento i ritrovamenti sono sempre più numerosi e solo talvolta registrati; dopo il periodo napoleonico inizia un’intensa serie di scavi irregolari, estranei a un serio controllo scientifico, svolti dai proprietari dei terreni e dalle autorità comunali, e seguiti con interesse da appassionati stranieri (Gerhard, Kestner, von Stackelberg, Kinnaird). Nella prima metà del XIX secolo si manifesta, come nel resto dell’Etruria, una vera e propria frenesia di esplorazioni sopra terreni rimasti fino allora quasi vergini. Uno dei principali protagonisti di questa stagione di scoperte è sicuramente Carlo Avvolta, gonfaloniere del municipio di Corneto e grande cultore delle antichità locali, che nel 1823 porta alla luce un ricco tumulo di età orientalizzante. In questi anni le esplorazioni si concentrano soprattutto attorno alle tombe a tumulo che offrono un facile richiamo agli scavatori. Il ricordo di corredi intatti o preziosi è raro. I resoconti - spesso incompleti - su questi scavi si trovano negli Atti del Camerlengato e nei volumi del Bullettino e degli Annali dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica di Roma. Opere illustrate sui principali monumenti emersi nella necropoli tarquiniese sono state invece curate dalla Hamilton Gray (1840), dal Dennis (1848) e dal Canina (1849).
Lo sconvolgimento della necropoli di Tarquinia dura fino all’unità nazionale, quando vengono introdotte regole e metodi scientifici nelle esplorazioni. Con le indagini più rigorose (a partire dal 1864) rispetto ai confusi ritrovamenti degli anni precedenti (Avvolta contava circa 2000 sepolcri scoperti negli anni 1820), si ha un quadro più definito dell’estensione e del carattere della necropoli dei Monterozzi. Si scava nei possedimenti dei conti Bruschi e dei fratelli Marzi, dove emergono innumerevoli tombe. Anche il municipio di Corneto, con la partecipazione dell’Università Agraria, promuove delle ricerche nell’antica necropoli delle Arcatelle (1881-1896), per merito dell’allora sindaco Luigi Dasti, grande appassionato di antichità e autore di un volume sulla storia e sull’archeologia del centro; in seguito a tutte queste attività si formano due importanti collezioni archeologiche, quella Bruschi e quella Comunale, in seguito confluite nel Museo Nazionale di Tarquinia.
Risultati importanti si hanno ancora sullo scorcio del XX secolo, con la scoperta di altre tombe affrescate e del prezioso deposito orientalizzante della “tomba di Bocchoris”, appartenuto probabilmente a una nobildonna vissuta attorno al 700 a.C., all’interno del quale era presente una pregiata situla in faïence con il cartiglio del faraone egizio della XXIV dinastia.
Nel primo trentennio del Novecento vengono scavate tombe a tumulo con corredi orientalizzanti e arcaici, mentre spetta a G. Cultrera, direttore del nuovo museo di Tarquinia e ispettore agli scavi, l’esplorazione del primo dei due monumentali tumuli della Doganaccia. Seguono scavi a carattere episodico di nuove sepolture arcaiche da parte di P. Romanelli, subentrato al Cultrera. La pubblicazione monografica su Tarquinia del 1937 di M. Pallottino costituisce ancora oggi un punto di riferimento importante per la conoscenza storico-archeologica della necropoli etrusca.
Lo sviluppo agricolo ha comportato, con la meccanizzazione dei lavori, uno stravolgimento della necropoli tarquiniese: testimoni di un paesaggio funerario segnato dalla presenza di decine e decine di tumuli sono le descrizioni di G. Dennis, che calcolò almeno 600 monumenti visibili sul piano dei Monterozzi, e i disegni del Canina. Molti di questi tumuli furono distrutti dai lavori agricoli e attualmente sono in parte localizzabili attraverso l’analisi delle fotografie aree.
Le prospezioni geofisiche condotte nella necropoli dal 1956 dalla Fondazione Lerici, insieme alla Soprintendenza Archeologica, hanno permesso di identificare e in parte esplorare numerose tombe a tumulo e dipinte, con maggiore concentrazione nelle zone del Calvario, di Scataglini e dei Secondi Archi. Negli anni dal 1960 al 2000 importante è stata l’azione della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale, che costantemente ha monitorato il territorio e salvaguardato il prezioso patrimonio funerario di Tarquinia.
 
 
 
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