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Il territorio

La città etrusca di Tarquinia (in etrusco Tarch(u)na, in latino Tarquinii) distante da Roma circa 100 km, era situata su un colle dominante la valle del fiume Marta, l’emissario del lago di Bolsena che si getta in mare immediatamente a nord della città.
Lambita a nord dal fosso degli Albucci e a sud dal fosso S. Savino, ambedue affluenti del Marta, l’altura dell’antica città - il Pian di Civita - sorge a circa 6 km dalla riva del mare ed é separata dalla costa dal lungo e parallelo colle dei Monterozzi, sede delle principali necropoli cittadine di età storica e sul cui sperone occidentale e situato l’abitato medioevale (Corneto) e moderno.
Il paesaggio della campagna tarquiniese, geologicamente molto complesso, si distingue da quello degli altri centri - anche vicini - dell’Etruria meridionale prevalentemente tufacei, e costituisce un unicum: vi abbondano formazioni calcaree ricche di conchiglie fossili, localmente chiamate “macco”, arenarie e - meno diffuso - il grigio “nenfro”, testimonianza dei fenomeni vulcanici del quaternario, materiali tutti usati fin dall’antichità sia nell’architettura che nella scultura.
Il territorio si presenta oggi in gran parte spogliato dell’originale manto forestale, per lo sfruttamento e la devastazione dovuti a millenni di storia umana. Cosi lo dipingeva George Dennis, il viaggiatore inglese giunto a Tarquinia il 7 giugno 1842: …La città moderna sorge vicino alla necropoli della vecchia metropoli etrusca, ma quale differenza! Dove prima regnava lo splendore e la ricchezza, impera la desolazione ed il vuoto. Le due alture e la valle che le divide presentano lo stesso aspetto di squallore e di solitudine. Non un albero, non un arbusto verde, il colore predominante é il giallo delle argille bruciate da un sole implacabile...
Molto diverso il giudizio di D.H. Lawrence, il romanziere inglese che nel suo reportage sul viaggio in Etruria compiuto nell’aprile del 1927 così descrive lo spettacolo che gli si offre allorché si affaccia sulla valle del S. Savino: …di colpo ci affacciamo su uno dei paesaggi più straordinari che io abbia mai visto, la vergine essenza di questa campagna di verdi colline. Tutto é grano - ovunque verde e morbido, che corre su e giù a perdita d’occhio, splendente del verde primaverile, senza neanche una casa. Sotto di noi il declivio si flette, gira nell’incavo della valle e poi su di nuovo, su una collina antistante con il suo manto verde da gran tempo intonso. Più oltre le colline si increspano via via fino alle montagne e in lontananza si vede un picco rotondo che sembra avere sulla cima una città incantata. Che campagna intatta e pura, nel verde splendente del grano di un mattino d’aprile! E che strana ondulazione di colline! Sembra che qui del mondo moderno non ci sia niente - niente case, niente macchine, solo una specie di stupore dolce ed immobile, un grande spazio aperto, non ancora violato.
Chi ha la fortuna di conoscere a fondo questa campagna e di percorrerla a piedi fin negli angoli più remoti in tutte le stagioni dell’anno, non può che dissentire profondamente dal giudizio del Dennis e aderire pienamente a quello di Lawrence. Grande e infatti la poesia di questa terra e profonda è l’emozione che offre il susseguirsi di queste ampie e brulle alture: in autunno e in inverno il prevalere di pallidi colori biancastri venati di giallo e di grigio ricordano la fuga di dune desertiche; in primavera il verde manto erboso del grano le trasforma in immense praterie. Sul pianoro della Civita interminabili distese di asfodeli e piccole foreste di ferule dall’ampio ombrello; sui suoi costoni fitte boscaglie di lentischi, mirti, corbezzoli e olivastri si rivestono, a primavera, dei più vivi colori.
Larghe zone del territorio (Macchia della Turchina, della Fiorita, del Ritiro e della Roccaccia) sono ancora coperte da una ricca vegetazione spontanea, caratteristica dell’orizzonte mediterraneo, residuo del manto di foreste che originariamente rivestiva queste prime alture litoranee. E la stessa vegetazione che appare nella pittura della tombe: olivo, alloro, edera, vite e melograno.
La piana costiera, oggi profondamente trasformata dalle massicce opere di bonifica, era in passato caratterizzata da luoghi paludosi e malsani, il cui unico ricordo è oggi il suggestivo angolo delle saline. Significativo in proposito il racconto del poeta latino Rutilio Claudio Namaziano che, imbarcatosi ad Ostia nel 416 d.C., risalendo la costa tirrenica fino a Pisa, così descrive da bordo della nave il litorale in vista di Gravisca: …Indi vediamo i radi tetti di Gravisca, la quale è sovente oppressa nell’estate dal fetore della palude. Ma i dintorni boschivi verdeggiano per dense foreste e l’ombra dei pini ondeggia sul primo lembo del mare...
(da M. Cataldi, Tarquinia, Regione Lazio 1993)
 
 
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