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Pittura funeraria

altL’uso di decorare con pitture le camere sepolcrali e documentato in numerosi centri dell’Etruria, ma è solo a Tarquinia che il fenomeno assume dimensioni così ampie e continuate nel tempo; esso è infatti attestato dal VII al II sec. a.C., cioè per quasi tutta la durata della vita della città.
Le tombe dipinte costituiscono una minima parte (circa il 2%) dei sepolcri di Tarquinia: esse sono infatti espressione della classe aristocratica dell’epoca, che sola poteva permettersi il lusso di decorare i propri sepolcri.
I più antichi ipogei dipinti (fine del VII-prima metà del VI sec. a.C.), destinati alla sepoltura della sola coppia maritale, sono piccole camere rettangolari con soffitto a doppio spiovente e fasce colorate che ne sottolineano gli elementi architettonici. Alle camere, scavate nella roccia a profondità variabile, si accede mediante lunghi corridoi (dromoi) in discesa, con gradini.
Dalla metà del VI sec. a.C. prevale l’uso di una decorazione figurata, limitata ai frontoni delle pareti corte, con animali contrapposti in schema araldico ai lati di un pilastro centrale.
Verso il 530 a.C. le pitture coprono ormai tutte le pareti della camera con scene figurate che alludono alla vita e alla morte della classe aristocratica dell’epoca: cacce; banchetti allietati da musiche e danze; komos (danza orgiastica i cui partecipanti suonano, devono e si ubriacano); celebrazioni di congedo dal morto con giochi ginnici e gladiatori in onore del defunto. Spesso la camera e immaginata come la tenda sotto cui si esponeva il corpo del morto e intorno alla quale si svolgevano gli atti rituali della cerimonia funebre.
Il carattere delle raffigurazioni, con scene riferite alla vita reale, riflette una concezione primitiva e serena della morte, secondo la quale il defunto sopravvive là dove le sue spoglie sono sepolte. Lo stile di queste pitture più antiche denuncia la presenza, fra i decoratori delle tombe Tarquiniesi, di pittori stranieri, soprattutto artisti greco-orientali immigrati dalla Ionia asiatica (Asia Minore). Il rinvenimento al porto di Gravisca di campioni di minerali notoriamente impiegati come materie coloranti nelle tombe, conferma il ruolo che questi artisti stranieri approdati allo scalo Tarquiniese hanno avuto nell’elaborazione degli schemi decorativi dei sepolcri dipinti.
Nel corso del V sec. a.C., la profonda crisi economico-sociale che investe l’Etruria fa registrare a Tarquinia una brusca diminuzione ed un impoverimento stilistico dei sepolcri affrescati: le scene di banchetto diventano ora il tema quasi esclusivo della decorazione. Nei sepolcri della seconda metà del V secolo appaiono già però i primi segni di una nuova concezione dell’oltretomba di tipo ellenizzante con richiami ad un mondo soprannaturale: accanto alle prime figure di personaggi ultraterreni (genii alati e demoni) troviamo le più antiche rappresentazioni del viaggio del defunto verso l’aldilà.
All’inizio del secolo successivo la città, come si è visto, conosce una fase di nuovo splendore e si assiste ad un conseguente nuovo fiorire degli ipogei dipinti. Le profonde trasformazioni che nel frattempo hanno pero modificato il contesto sociale cittadino si riflettono naturalmente anche nell’architettura e nella decorazione dei sepolcri aristocratici. Le tombe diventano camere grandiose per la sepoltura dell’intero clan gentilizio e nei dipinti sono ormai esplicite le nuove credenze sull’aldilà affermatesi sotto l’influsso del mondo ellenico: le scene figurate si svolgono ora nella cornice degli Inferi alla presenza di demoni della morte.
Alle tombe aristocratiche che continuano la tradizione decorativa degli ipogei di età arcaica e classica, si affiancano tombe con decorazione dipinta parziale e di modesta qualità, appartenenti ai nuovi ceti gentilizi di recente origine e di limitate capacita economiche.
Il numero dei sepolcri affrescati diminuisce sensibilmente quando Tarquinia entra a far parte dell’orbita politica romana: allo scorcio del III sec. a.C. e agli inizi del successivo se ne contano ormai solo pochi esemplari.
(da M. Cataldi, Tarquinia, Regione Lazio 1993)
 
 
 
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