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Il porto di Gravisca e le Saline

Sulla costa, tra la foce del Marta a nord e le Saline a sud, alle spalle di porto Clementino, il porto di Corneto così denominato da papa Clemente XIII che nel ‘700 lo fece restaurare, era situato uno dei porti dell’antica Tarquinia, di cui ignoriamo il nome antico e che, alla luce dei dati finora disponibili, sembra sia sorto intorno al 600 a.C. Sulle rovine dell’abitato etrusco ormai in abbandono fu dedotta, nel 181 a.C., la colonia maritima civium Romanorum di Gravisca (Livio, XL, 29, 1-2).
La colonia romana si estendeva per circa 6 ettari con una struttura urbanistica regolare perfettamente orientata secondo punti cardinali. Gli scavi condotti nella zona (Università di Perugia e Soprintendenza Archeologica) hanno messo in luce tre strade parallele con direzione est-ovest (decumani). Sul terzo decumano si apre una ricca domus di età tardoantica nel cui cortile, in occasione del passaggio nella zona degli eserciti visigoti di Alarico nel 408 d.C., fu nascosto un tesoretto di 147 solidi aurei di Valentiniano I e II, Teodosio, Arcadio e Onorio.
L’insediamento relativo al porto etrusco, solo in minima parte indagato e di estensione più ampia rispetto all’impianto coloniale, si sviluppava parallelo alla costa al disotto della colonia romana e a sud di essa in direzione delle saline.
Gli scavi hanno evidenziato come, in età arcaica, lo scalo tarquiniese fosse frequentato da mercanti stranieri, in prevalenza provenienti dalla Grecia dell’Est (Asia Minore). Al margine meridionale del centro etrusco è venuto infatti in luce il cosiddetto “santuario greco di Gravisca”, un insieme di edifici sacri sede di culti e riti greci. Il santuario si connota come emporio, cioè un luogo di commercio nel quale la comunità locale, attraverso la concessione di uno spazio sacro ai mercanti stranieri che frequentavano lo scalo tarquiniese, ne garantiva l’immunità personale, la certezza dello scambio ed il diritto all’esercizio delle proprie pratiche religiose. Mentre dunque in epoca precedente (VIII-VII sec. a.C.) la società tarquiniese, ancora fluida e in via di strutturazione, integrava nel suo corpo gli elementi stranieri, nel corso del VI secolo la compagine sociale cittadina, ormai organizzata in gruppi gentilizi, respinge e marginalizza i gruppi esterni.
Nel santuario, poco dopo il 600 a.C.,, fu edificato un sacello consistente in un piccolo edificio rettangolare costruito con muretti a secco, sacro ad Afrodite, divinità fra l’altro protettrice della navigazione. Dopo la meta del VI secolo a.C., come documentano le dediche votive, ad Afrodite si affiancano altre due divinità femminili: Hera e Demetra.
Lo scavo ha restituito una quantità straordinaria di oggetti votivi dedicati alle dee: ceramiche preziose, statuette bronzee, avori etc., oggetti offerti non solo dai naviganti greci tra cui personaggi notissimi come Paktyes, forse lo stesso tesoriere di Creso - re di Lidia - ricordato da Erodoto (I, 153-161), ma anche dalla popolazione tarquiniese come testimoniano le iscrizioni in lingua etrusca con dedica a Turan, la divinita locale corrispondente ad Afrodite.
Verso la fine del VI sec. a.C., con l’invasione persiana della Ionia asiatica, ai mercanti greco-orientali si aggiungono in parte quelli provenienti da altre regioni della Grecia e in particolare dall’iso1a di Egina. Lo documentano una serie di iscrizioni fra le quali quella famosa dedicata ad Apollo Egineta da Sostratos, un ricco mercante ricordato anch’esso da Erodoto (IV, 152) per le grandi ricchezze accumulate a seguito dei suoi commerci. La dedica è incisa su un ceppo di ancora in pietra, un oggetto che veniva di sovente donato alla divinità per ringraziarla dell’arrivo incolume della nave. Nello scalo è inoltre testimoniata la presenza di mercanti semitici, anche se in numero ridotto.
A partire dal secondo venticinquennio del V sec. a.C., in significativa coincidenza con la crisi socio-economica che investì l’Etruria tirrenica e quindi anche Tarquinia, nel porto etrusco non arrivano più trafficanti greci e la mole e la qualità degli ex-voto diminuiscono vertiginosamente. In questi anni comunque (480-470 a.C.), l’antico sacello viene sostituito da un grande edificio a pianta rettangolare fiancheggiato da una piazza lastricata in cui era inserita una cassetta di lastre di nenfro, legata la culto di Adone, il giovane dio di origine orientale oggetto di contesa tra Afrodite e Persefone.
Allo scorcio del V sec. a.C., in concomitanza con la ripresa economica e politica di Tarquinia, l’intero santuario viene ristrutturato e il culto riprende in maniera consistente ma tende ora a soddisfare la devozione della popolazione locale. Lungo una grande strada con direzione nordovest-sudest, parallela alla costa viene ristrutturato il sacello di Afrodite (lettera Y), dedicato ora a Turan, mentre ad ovest sorgono il sacello di Vei (divinità etrusca corrispondente alla greca Demetra) con due altari (lettera B) e quello di Uni (corrispondente ad Hera) con cortili annessi sulla fronte e sui lati. Con l’inizio del III sec. a.C., a seguito della conquista romana, la vita del santuario va spegnendosi e con la fondazione della colonia di Gravisca l’area sacra risulta di fatto abbandonata.
Desolante è la descrizione che ne fa Rutilio Namaziano subito dopo il passaggio delle orde barbariche nella prima meta del V sec. d.C.
(da M. Cataldi, Tarquinia, Regione Lazio 1993)
 
 
A sud di Gravisca si trovano le Saline, oggi rilevante riserva naturale. Nell’ambito degli invasi salini le ricerche archeologiche hanno individuato i resti di un ampio insediamento marittimo di età villanoviana (IX-VIII sec. a.C.) precedente il porto di Gravisca. Il più antico scalo portuale di Tarquinia probabilmente assolveva funzioni di supporto alla prima marineria etrusca che già dominava il Tirreno e di produzione su larga scala del sale, poi commercializzato verso altre comunità etrusche costiere e dell’entroterra.
 
 
 
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