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La Tomba delle Pantere

Il lembo di necropoli dei Secondi Archi scavato dalla Soprintendenza Archeologica negli anni 1980 – intorno alla tomba “delle Pantere”, la più antica sepoltura dipinta con decorazione figurata finora nota a Tarquinia – è esemplificativo di come doveva presentarsi in origine il vasto sepolcreto che si sviluppava per decine di ettari sul colle dei Monterozzi: un groviglio di tombe di diversa tipologia, a “buca” per le incinerazioni, a “fossa” e a “camera” per le inumazioni individuali o di nuclei familiari, tutte scavate nel banco roccioso e incastrate le une alle altre per sfruttare ogni spazio disponibile.
Le tombe a camera, dal loro apparire a cavallo fra VIII e VII sec. a.C., erano contraddistinte in superficie da “tumuli” di terra di varie dimensioni. Nell’Ottocento, sulla collina dei Monterozzi, si contavano ancora circa 600 tumuli funerari; oggi sono quasi totalmente scomparsi perché spianati dalle arature che hanno risparmiato, come si può vedere in questa area archeologica, solo lo zoccolo di pietra che conteneva alla base il monte di terra. I tumuli presentano un margine realizzato con tecniche differenti: con pietre piccole e irregolari quasi a formare una sorta di massicciata (tomba delle Pantere); con blocchi squadrati (tombe 6183 e 6184); con blocchi modanati (tomba 6188).
Spesso a guardia del sepolcro, al suo ingresso, erano collocate sculture di pietra: belve e mostri minacciosi a rappresentare il misterioso mondo dei morti. Alla camera funeraria, ipogea e scavata nel banco di roccia, si accedeva attraverso un corridoio in discesa (dromos) a scivolo o a gradini, a volte esterno al tumulo (tomba 6184), a volte parzialmente compreso nella sua circonferenza (tombe delle Pantere e 6188), in altri casi completamente all’interno della stessa (tomba 6183). Dopo la deposizione dei defunti la camera veniva sigillata e il dromos colmato di terra; solo allora si poteva procedere al completamento dello zoccolo del tumulo anche in corrispondenza dell’ingresso (come avviene nella tomba 6183).
 
LA TOMBA “DELLE PANTERE”
Contraddistinta in superficie da un tumulo, delimitato alla base da un perimetro costruito con pietre piccole e irregolari, la sepoltura fu scoperta nel 1971. La tomba delle Pantere è al momento l’unica e più antica testimonianza tarquiniese della pittura funeraria di età orientalizzante (ben documentata invece a Veio e Cerveteri), anteriore quindi alla grande stagione pittorica arcaica d’influsso greco-ionico, di cui Tarquinia costituirà l’epicentro in Etruria.
Attraverso un breve e ripido dromos a gradini, sulla cui parete sinistra si apre una rozza celletta, si scende in una stretta camera rettangolare con tetto a doppio spiovente e due alte banchine alle pareti laterali per la deposizione dei defunti.
La decorazione dipinta è limitata alla parete di fondo e a quella di ingresso; su quella di fondo si  distinguono due grandi felini visti di profilo (quello di sinistra con la testa di prospetto), contrapposti in schema araldico e con le zampe anteriori poggiate sulla mostruosa protome di un altro felino (una sorta di mascherone) che è al centro; sulla parete di ingresso, ai lati della porta, altri due felini accucciati. Le belve sono una minacciosa rappresentazione di quel mondo dei morti così diverso ed estraneo alla natura umana.
La tomba si data agli anni finali del VII sec. a.C. La rappresentazione dei felini rievoca quella documentata nella contemporanea ceramografia etrusca: i corpi degli animali sono realizzati a linea di contorno, in bicromia rosso-nera, e il manto è stilizzato con motivi a cerchio e punto centrale. Lo stile dell’affresco, con grandi figure di animali che non tengono conto della struttura architettonica della camera, sembra tradire la mano di un pittore di vasi non abituato a lavorare su vaste superfici e attesta l’importante ruolo svolto dai ceramisti nell’elaborazione delle prime esperienze della pittura tombale etrusca.
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