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La tomba

Alcune lastre in calcare e nenfro infisse di coltello nel terreno, affiancate a ridosso del tamburo del Tumulo della Regina, hanno subito attirato le attenzioni degli archeologi impegnati nell’ultima campagna di scavo alla Doganaccia. Si è deciso quindi di ampliare il settore di scavo al fine di comprendere, al disotto degli arativi e degli strati di frequentazione tardo-arcaica che coprivano in parte le lastre, l’andamento della struttura intercettata. Si è così compreso che le pietre affioranti nel punto più profondo dello scavo seguivano un andamento curvilineo e che delimitavano, verso l’interno, un consistente e compatto accumulo di pietre informi di calcare, rivelatosi presto il residuo della calotta di un piccolo tumulo funerario, delimitato da una crepidine ancora leggibile del diametro di quasi 6 metri.
Considerando la posizione delle lastre messe in luce, le indagini si sono concentrate sul lato occidentale della struttura funeraria, laddove si immaginava che si aprisse l’ingresso della tomba, orientato come quello del Tumulo della Regina e delle altre sepolture adiacenti. La prosecuzione delle ricerche ha permesso di intercettare la parte terminale del corridoio d’accesso, un dromos scalinato con orientamento ovest-est allargato in corrispondenza della piccola facciata della tomba.
Sono emerse con sempre maggiore chiarezza le pareti laterali, ricavate nel banco roccioso e caratterizzate da due strette riseghe, nonché la grandiosa facciata d’accesso, anch’essa tagliata nella roccia ed arricchita in cresta da un grande lastrone disposto in orizzontale. La porta della camera, integra e in situ, era costituita da un monolite in calcare, alto quasi 2 m e largo 90 cm.
La composizione della stratigrafia che colmava l’ingresso faceva presupporre che la tomba non fosse stata violata e nessuna intrusione o scasso appariva agli occhi degli archeologi. Si è così andati a rimuovere i livelli di colmatura originale dell’accesso. È stato intercettato uno strato calcareo compattissimo accompagnato da pietre calcaree tenacemente cementate: una sorta di ultima sigillatura che andava a chiudere definitivamente il dromos della tomba e a preservarne l’inviolabilità. Rimosso con fatica lo strato compatto, è stato messo in luce un uniforme e potente strato sabbioso-calcareo, che andava a riempire omogeneamente gran parte dell’ingresso. Questo strato, profondo oltre due metri, ha restituito pochissimi frammenti ceramici in bucchero e impasto rosso, relativi a forme ceramiche frantumate ritualmente durante le fasi di riempimento del corridoio d’accesso.
A poche decine di centimetri dal pavimento dell’ingresso, è stato intercettato un ultimo strato meno compatto costituito sempre da spezzoni calcarei che andava a riempire completamente l’ambiente, addossandosi alle pareti e al lastrone di chiusura della porta. Rimuovendo man mano le pietre, sono venuti in luce sia alcuni blocchetti di argilla verde, deposti ai piedi e ai lati del monolite e pertinenti alla sua sigillatura, sia il livello di deposizione del corredo rituale esterno alla camera, in gran parte frantumato dalla sigillatura rituale dell’ingresso.
Le ceramiche erano state adagiate direttamente sul pavimento, concentrate lungo la parete destra dell’ingresso, ed in seguito erano andate incontro a distruzione al momento della colmatura in pietre del dromos. Dall’esame preliminare dei frammenti è stato possibile distinguere circa una ventina di vasi, in impasto rosso, bucchero e ceramica dipinta, relativi al servizio da simposio: un’olla, alcune coppe, un’anforetta, brocche e attingitoi, un unguentario. Significativo il rinvenimento dell’unico oggetto in metallo presente al di fuori della porta, una piccola e poco attestata grattugia in bronzo, la cui presenza rimanda alla pratica della preparazione del kykeion, bevanda eroica per eccellenza ricordata da Omero.
Dopo la rimozione del corredo esterno si è proceduto all’apertura della camera funeraria, rimuovendo il pesante lastrone che la sigillava da secoli: il sepolcro è apparso intatto davanti agli occhi degli archeologi.
Le condizioni di conservazione dell’ambiente erano eccellenti, fatta eccezione per un lieve cedimento strutturale della volta e dello stipite sinistro della porta. La camera, piuttosto contenuta nelle dimensioni (circa 2.3 x 1.8 m), è completamente scavata nel banco calcareo. A pianta rettangolare, è preceduta da una soglia rialzata e presenta due banchine ricavate nella roccia sulle pareti laterali, raccordate in testata da un basso scalino che richiama il cuscino del letto. Il soffitto presenta una copertura a volta a botte. Di estremo interesse i resti pittorici presenti sulle pareti della cameretta, minimali e a carattere architettonico, rimando ideologico alla “casa del morto”. Lungo le pareti laterali è stata tracciata, con la tecnica a cordicella imbevuta nel colore, una semplice profilatura rossa a indicare lo stacco fra le pareti e il soffitto dell’ambiente. Allo stesso modo, una linea retta sottolinea, al colmo della volta, il columen – o meglio la separazione tra le due falde del tetto. Più elaborata è invece la decorazione delle pareti di fondo e d’ingresso, sulle quali è stato disegnato un timpano triangolare. Nello spazio frontonale della parete di fondo, sono  infissi nove chiodi in ferro, a cui erano appesi vasi o elementi ornamentali floreali o vegetali. A conferma di quest’ipotesi, un piccolo unguentario, un aryballos, straordinariamente ancora sospeso per l’ansa ad uno dei perni. Per questa particolarità la sepoltura è stato denominata “Tomba dell’aryballos sospeso”.

Sulla banchina sinistra si trovavano i resti di un defunto inumato: uno scheletro deposto supino con le braccia lungo i fianchi e la testa adagiata in un incavo all’uopo sagomato nel letto funebre. Sul corpo erano ancora in posizione numerosi ornamenti personali, mentre vicino alla gamba destra era stata sistemata una punta di lancia in ferro; ai piedi si trovavano invece un bacile in bronzo, colmo di offerte combuste, una rara pisside bronzea con un’elegante decorazione a sbalzo di tradizione orientalizzante, oltre a una kotyle dipinta contenente oggetti in metallo e altre fibule. Sulla banchina destra erano visibili le ceneri di un secondo defunto. Accanto ai resti della cremazione era un’oinochoe in ceramica etrusco-corinzia, ritrovata adagiata su un fianco. Infine, lungo il corridoio fra le banchine, in parte coperto dai frammenti del crollo e dalla terra infiltratasi nel tempo, si trovava il restante corredo ceramico.
L’eccezionalità del ritrovamento ha richiesto che si operasse con sollecitudine per ragioni di sicurezza e con l’adeguata attenzione dovuta a un contesto particolarmente eloquente per la sua integrità: con la collaborazione dei restauratori della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale e dell’Istituto Superiore per la Conservazione e Restauro, l’équipe ha puntualmente documentato e rimosso il contenuto della camera.  
All’inizio è stato indagato il corridoio fra le due banchine, per poter poi accedere all’interno della camera. Dopo aver rimosso la poca terra che copriva la soglia, è stato possibile iniziare la rimozione delle ceramiche: oinochoai, olpai e coppe, sia in ceramica depurata dipinta (etrusco-corinzia, ionica) che in bucchero, alcune cadute dalle banchine, altre ancora in posto. Fra gli elementi del corredo sono stati rinvenuti anche un bacile in bronzo, alcune lame in ferro (forse dei coltelli sacrificali), un bacile in terracotta e unguentari, con ogni probabilità anch’essi in origine appesi alle pareti.

Liberato il corridoio, è stato possibile procedere all’indagine e alla documentazione delle banchine: si è deciso di partire dalla sinistra. Le ossa dello scheletro sono mal conservate, a causa dell’effetto corrosivo del banco roccioso: del cranio, per esempio, non sono rimasti che alcuni frammenti ed i denti. La parte sinistra del torace e il braccio sinistro sono stati sconvolti dal crollo del soffitto. Adagiate accanto ai resti osteologici sono state ritrovate fibule in bronzo di varie fogge (alcune con rivestimento in foglia d’oro, altre con vaghi d’ambra e osso), che dovevano adornare le vesti sontuose del defunto. Inoltre, fra le ossa del costato, sono emersi un filo di bronzo, probabilmente una spirale fermatrecce, e i resti di brattee in metallo, anch’esse elementi decorativi relativi all’abbigliamento. L’intervento preliminare dell’antropologa, che ha documentato e rimosso i resti osteologici, ha consentito di riconoscere il sesso e l’età dello scheletro: si tratta probabilmente di una donna di circa 35/40 anni.
Infine è stata indagata la stretta banchina destra, evidentemente non concepita per ospitare un’inumazione. Infatti, accanto all’oinochoe riversa, sono stati rinvenuti i resti di un incinerato (probabilmente un individuo di sesso maschile), le cui spoglie dovevano essere originariamente racchiuse all’interno di un contenitore (forse in materiale deperibile). Le tracce rinvenute sulla banchina farebbero propendere per un cofanetto di legno, ma per avere notizie più circostanziate sarà necessario attendere le analisi di laboratorio sulle campionature. La punta di lancia trovata accanto alla donna inumata rappresenta presumibilmente un oggetto simbolico – ancora tutto da chiarire – che lega le due deposizioni individuate all’interno della camera.
Dopo la rimozione di tutti gli oggetti e il completamento della documentazione grafica e fotografica, è stato deciso di risigillare il contesto al fine di preservare le condizioni della camera e delle sue decorazioni pittoriche.
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